- stefanonardelli
- 16 lug
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Introduzione
Nel ciclismo, lo sprinter viene spesso associato a una sola immagine: gli ultimi 150-250 metri di gara, la massima potenza, il lancio, la volata, la capacità di esprimere watt elevatissimi in pochi secondi.
Ma questa è solo la parte finale del problema.
Uno sprinter non deve semplicemente essere potente.Deve essere potente alla fine di una gara lunga.
E questa differenza cambia tutto.
La vera complessità nella gestione di uno sprinter sta nel fatto che deve combinare caratteristiche fisiologiche quasi antitetiche:
- elevata potenza glicolitica;
- alta capacità di sprint;
- buona tenuta aerobica;
- capacità di recuperare dopo sforzi ripetuti;
- resistenza alla fatica dopo molte ore;
- capacità di preservare glicogeno;
- tolleranza lattacida nei minuti che precedono lo sprint;
- capacità di arrivare al finale senza aver “spento” il proprio potenziale anaerobico.
In altre parole, lo sprinter moderno non è solo un atleta esplosivo.
È un atleta che deve riuscire a proteggere la propria esplosività dentro un contesto altamente aerobico.
Ed è proprio qui che la gestione dell’allenamento diventa delicata.
Perché se lavoriamo troppo sulla tenuta aerobica, rischiamo di ridurre la componente glicolitica e neuromuscolare che rende lo sprinter realmente competitivo. Se invece proteggiamo solo la potenza di sprint, l’atleta può non arrivare abbastanza fresco al finale per usarla.
La sfida è questa: migliorare la sostenibilità senza perdere potenza glicolitica.
Lo sprinter: non solo V’Lamax alta
Dal punto di vista metabolico, uno sprinter su strada è spesso caratterizzato da una V’Lamax elevata.
La V’Lamax rappresenta, in modo semplificato, la massima capacità di produzione glicolitica di lattato. In pratica, è un indicatore della potenza del sistema anaerobico lattacido.
In uno sprinter, valori superiori a circa 0,70 mmol/L/s possono indicare una forte componente glicolitica.
Questo profilo è utile perché permette all’atleta di esprimere alta potenza nei finali, nei lanci, negli sprint, nei cambi di ritmo e nei momenti in cui la richiesta energetica supera ampiamente la capacità ossidativa.
Ma avere una V’Lamax alta non basta.
Anzi, in alcuni casi può diventare un limite se non è supportata da una base aerobica sufficiente.
Uno sprinter troppo glicolitico ma poco aerobico può essere molto potente nei test brevi, ma perdere efficacia quando la volata arriva dopo 150-200 km, dopo salite, ventagli, ripartenze, curve, stress neuromuscolare e molte accelerazioni.
Per questo, nella gestione dello sprinter, la domanda non è solo:
quanto sprinta forte?
La domanda più utile è:
quanto riesce a proteggere la propria potenza di sprint durante la gara?
La contraddizione fisiologica dello sprinter
Lo sprinter deve fare convivere due mondi.
Da una parte serve un sistema anaerobico potente, capace di produrre energia rapidamente e sostenere watt molto elevati nel finale.
Dall’altra parte serve un sistema aerobico sufficientemente efficiente da permettere all’atleta di arrivare al finale con ancora riserve disponibili.
Questa è la contraddizione fisiologica dello sprinter.
Per vincere una volata non basta avere il picco di potenza più alto.
Serve arrivare alla volata con:
- glicogeno ancora disponibile;
- buona capacità di recupero tra gli sforzi;
- lattato gestibile;
- sistema neuromuscolare non eccessivamente affaticato;
- riserve ATP-PCr ricostituite;
- capacità di tollerare i minuti intensi che precedono il lancio;
- sufficiente lucidità tattica.
Il problema, quindi, non è allenare lo sprint in sé.
Il problema è allenare tutto ciò che permette allo sprint di essere ancora disponibile quando conta.
Cosa dice la letteratura
La letteratura sul ciclismo professionistico offre diversi dati sulla potenza, sui profili prestativi e sulle richieste di gara degli sprinter di alto livello.
Studi basati su power data e modelli di prestazione mostrano che gli sprinter sono in grado di esprimere valori di potenza molto elevati su durate brevi, e che il profilo potenza-durata può aiutare a distinguere caratteristiche diverse tra sprinter, scalatori, passisti e specialisti delle prove contro il tempo.

Tuttavia, la letteratura dice molto meno su un aspetto che nella pratica è centrale: come gestire e periodizzare l’allenamento di uno sprinter durante una stagione.
Sapere che uno sprinter ha un’elevata potenza nei 5, 15 o 30 secondi è utile. Ma non ci dice automaticamente come costruire la settimana, quali lavori evitare, quanto volume sostenere, quando inserire HIIT o SIT, come gestire la palestra, come preservare la V’Lamax e come migliorare la tenuta aerobica senza appiattire il profilo glicolitico.
Per questo, nella pratica, serve integrare la letteratura con il monitoraggio individuale.
Ed è qui che il test metabolico diventa particolarmente utile.

La “lista della spesa” fisiologica di uno sprinter
Uno sprinter non ha bisogno solo di sprint.
Ha bisogno di una combinazione di qualità fisiologiche che lavorano in sequenza durante la gara.
Possiamo dividerle in tre grandi blocchi.
1. Fatmax, MLSS e MFO: la sostenibilità dello sprinter
La prima area riguarda la capacità aerobica submassimale.
Per uno sprinter, Fatmax, MLSS e MFO sono fondamentali perché determinano quanta energia può essere prodotta in modo sostenibile durante la gara.
Fatmax
La Fatmax rappresenta l’intensità alla quale l’atleta raggiunge la massima ossidazione dei grassi.
Per uno sprinter, una Fatmax più alta può essere molto utile perché permette di sostenere intensità maggiori utilizzando una quota più alta di lipidi, risparmiando carboidrati nelle fasi meno decisive.
Questo non significa che lo sprinter debba diventare un atleta “diesel”.
Significa che deve consumare meno risorse quando la gara non è ancora nel momento chiave.
MFO
La MFO, cioè Maximal Fat Oxidation, indica quanti grammi di grassi l’atleta riesce a ossidare al minuto.
Un aumento della MFO può indicare una migliore capacità di utilizzare i lipidi durante intensità basse e moderate.
Nel contesto dello sprinter, questo è utile perché permette di preservare glicogeno per i momenti più intensi.
Il punto non è “bruciare più grassi” in senso generico.
Il punto è arrivare al finale con più disponibilità glucidica e meno fatica metabolica accumulata.
MLSS
La MLSS rappresenta la massima intensità sostenibile senza un continuo accumulo di lattato.
Per uno sprinter, una MLSS più alta significa poter sostenere meglio salite, tratti tirati, ventagli, lavori di posizione e fasi di gara a intensità medio-alta.
Questo è importante perché uno sprinter non deve solo sprintare.
Deve restare davanti, superare le difficoltà del percorso, rispondere alle accelerazioni e arrivare al finale senza essere già compromesso.
2. V’O2max e tolleranza lattacida: i minuti prima dello sprint
La seconda area riguarda la capacità di sostenere gli ultimi minuti prima della volata.
Spesso ci si concentra sugli ultimi 10-15 secondi dello sprint, ma la volata viene costruita molto prima.
I 3-8 minuti precedenti possono essere decisivi.
In questa fase entrano in gioco:
- V’O2max;
- tolleranza lattacida;
- capacità di ricostruire ATP-PCr;
- capacità di recuperare tra accelerazioni;
- gestione del lattato;
- resistenza neuromuscolare;
- capacità di mantenere alta potenza senza perdere brillantezza.
Uno sprinter con buona V’O2max non è necessariamente meno esplosivo.
Può invece avere più strumenti per arrivare al lancio dello sprint in condizioni migliori.
La V’O2max non serve solo allo scalatore.
Serve anche allo sprinter, perché contribuisce a sostenere le fasi ad alta intensità che precedono il finale e a facilitare il recupero tra sforzi ripetuti.

La tolleranza lattacida, invece, diventa importante nei momenti in cui il costo metabolico è molto alto: rilanci, posizionamento, chiusura di buchi, treni, salite brevi, strappi e ultimi chilometri.
Lo sprinter deve saper convivere con un alto livello di stress metabolico senza perdere la capacità di produrre potenza.
3. V’Lamax: la potenza glicolitica per il finale
La terza area è la più evidente: la V’Lamax.
La V’Lamax è il motore glicolitico dello sprint.
Se la riduciamo troppo, possiamo migliorare alcuni aspetti di sostenibilità, ma rischiamo di togliere all’atleta proprio ciò che lo rende uno sprinter.
Questo è uno dei punti più delicati.
Molti lavori che migliorano la soglia, la stabilità aerobica e la capacità di sostenere potenze medio-alte possono, se usati in modo eccessivo o non contestualizzato, ridurre la componente glicolitica.
Per uno scalatore o un cronoman questo può essere desiderabile.
Per uno sprinter può essere un problema.
Per questo, nella gestione dello sprinter, non dobbiamo cercare semplicemente di abbassare la V’Lamax.
Dobbiamo chiederci:
quanta V’Lamax serve a questo atleta per essere competitivo, e quanta sostenibilità aerobica gli manca per poterla usare nel momento giusto?
Gli errori più comuni nella gestione dello sprinter
Uno degli errori più comuni è trattare lo sprinter come un atleta endurance a cui aggiungere qualche sprint.
In realtà, lo sprinter ha una fisiologia diversa.
Se lo alleniamo con troppo volume vicino alla soglia, troppi lavori di torque, troppi blocchi estensivi medio-alti o troppi carichi che svuotano continuamente il glicogeno, rischiamo di “normalizzare” il profilo.
L’atleta può diventare più resistente, ma meno esplosivo.
Può migliorare alcune metriche aerobiche, ma perdere la capacità di fare la differenza nel suo contesto specifico.
Il rischio è creare un atleta più equilibrato sulla carta, ma meno efficace nella sua specialità.
Nel ciclismo non vince l’atleta più equilibrato in assoluto.
Vince l’atleta più adatto alla richiesta della gara.
E per uno sprinter, la richiesta della gara è chiara: arrivare al finale con ancora potenza.

Spunti pratici per allenare uno sprinter
La gestione dello sprinter richiede precisione.
Non esiste una formula unica, ma ci sono alcuni principi pratici utili.
1. Attenzione al volume settimanale e al volume della singola seduta
Lo sprinter ha bisogno di volume, ma non di volume qualsiasi.
Un errore frequente è pensare che, siccome lo sprinter deve migliorare la propria tenuta aerobica, allora la soluzione sia semplicemente aumentare molto il volume. In realtà non è così semplice.
Lo sprinter, rispetto a un atleta più aerobico, presenta spesso un pool inferiore di fibre lente e una maggiore componente di fibre rapide/glicolitiche. Questo significa che può essere meno responsivo a un volume eccessivo di lavoro estensivo rispetto a uno scalatore, un passista aerobico o un atleta naturalmente più ossidativo.
In altre parole, oltre una certa soglia, aggiungere volume non produce necessariamente più adattamento. Può invece produrre più fatica, maggiore deplezione di glicogeno, peggior qualità neuromuscolare e minore capacità di esprimere potenza nelle sedute chiave.
È lo stesso principio, ma al contrario, che vediamo quando proponiamo troppo volume ad alta intensità a un atleta molto aerobico: non è detto che migliori di più. Anzi, spesso peggiora, perché lo stimolo non è coerente con il suo profilo e il costo supera il beneficio.
Per lo sprinter vale lo stesso ragionamento con il volume: il problema non è fare “poco” o “tanto”, ma fare la quantità giusta per il suo profilo.
Il volume deve costruire sostenibilità senza normalizzare l’atleta, senza spegnere la componente glicolitica e senza compromettere la qualità dello sprint.
Per questo, una parte importante del lavoro estensivo dovrebbe essere svolta a intensità molto basse, spesso in Z2 bassa o addirittura intorno alla Z1.
Il punto non è fare sempre “endurance forte”.
Il punto è accumulare volume con un costo metabolico contenuto, sufficiente a migliorare la tenuta, ma non così elevato da trasformarsi in un carico poco specifico per l’atleta.
Lo sprinter non va allenato aumentando semplicemente il volume: va allenato con il volume minimo efficace per migliorare la tenuta senza perdere la sua identità glicolitica.
2. Alta disponibilità di carboidrati
La disponibilità di carboidrati è centrale.
Uno sprinter deve preservare glicogeno, sostenere lavori di alta intensità, recuperare tra sedute impegnative e mantenere la qualità neuromuscolare.
Per questo motivo, strategie croniche di bassa disponibilità glucidica vanno usate con molta cautela.
Possono aumentare alcuni segnali adattativi, ma rischiano di ridurre la qualità del lavoro, la capacità di esprimere potenza e la disponibilità del sistema glicolitico nei momenti chiave.
Nel caso dello sprinter, la nutrizione deve supportare la qualità.
Questo significa:
- carboidrati adeguati durante le sedute lunghe;
- carboidrati sufficienti prima delle sedute intense;
- recupero glucidico efficace dopo lavori impegnativi;
- attenzione alla disponibilità energetica complessiva;
- nessuna demonizzazione dei carboidrati.
Lo sprinter deve allenarsi e gareggiare con un sistema energetico pronto a produrre potenza.
Non con un sistema cronicamente svuotato.
3. Limitare volume di soglia ed evitare sedute di torque tipo SFR
Uno dei punti più importanti nella gestione dello sprinter è la prudenza con i lavori di soglia e con le sedute di torque tipo SFR.
Questo non significa che lo sprinter non debba mai lavorare vicino alla soglia.
Significa che il volume a soglia deve essere limitato, mirato e contestualizzato.
Il rischio di un eccesso di lavori a soglia è quello di spingere l’atleta verso un profilo più ossidativo, riducendo progressivamente la componente glicolitica e la brillantezza neuromuscolare.
Per lo stesso motivo, anche le sedute di torque tipo SFR vanno usate con estrema cautela o evitate, soprattutto se l’obiettivo è preservare il potenziale glicolitico e la capacità di esprimere alta potenza nel finale.
Nel caso di uno sprinter, non dobbiamo chiederci solo:
“questo lavoro migliora la soglia?”
Dobbiamo chiederci anche:
“questo lavoro cosa toglie allo sprint?”
Perché ogni adattamento ha un costo.
E nello sprinter, il costo di spegnere troppo alcune fibre può essere molto alto.
4. Mantenere la forza in palestra durante tutto l’anno
La forza è una componente importante per lo sprinter.
Non solo per il picco di potenza, ma anche per la capacità di mantenere efficienza neuromuscolare, reclutamento e qualità di spinta durante l’anno.
Nel caso dello sprinter, la palestra non dovrebbe essere vista solo come un blocco invernale.
Può essere mantenuta durante tutta la stagione, modulando frequenza, volume e intensità.
Indicativamente, si può ragionare su 1-3 sedute a settimana in base al periodo, al calendario gare, alla fatica, alla risposta individuale e alla priorità del momento.
L’obiettivo non è trasformare il ciclista in un pesista.
L’obiettivo è preservare le qualità neuromuscolari che supportano lo sprint.
5. HIIT e SIT: volumi moderati e recuperi ampi
Gli allenamenti HIIT e SIT possono essere molto utili per uno sprinter, ma devono essere gestiti con attenzione.
Nel caso degli HIIT, il rapporto lavoro-recupero dovrebbe spesso essere più ampio rispetto ad altri profili di atleta.
Un rapporto work superiore a 1:1 può permettere di mantenere qualità, evitare accumulo eccessivo di fatica e preservare la capacità di esprimere potenza nelle ripetizioni successive.
Nel caso dei SIT, invece, il recupero dovrebbe essere tendenzialmente completo.
Se l’obiettivo è stimolare la potenza neuromuscolare e glicolitica, l’atleta deve poter partire da una condizione sufficientemente recuperata.
Trasformare ogni sprint in uno sprint eseguito in fatica può cambiare completamente lo stimolo.
Non tutti gli sprint allenano lo sprint.
Alcuni allenano soprattutto la tolleranza alla fatica.
E queste due cose non sono uguali.
Case study: junior sprinter durante una stagione
Analizziamo ora un caso studio relativo a un ciclista junior con caratteristiche glicolitiche importanti con cui collaboriamo.
L’atleta è borderline come sprinter puro, ma presenta un profilo con V’Lamax elevata e buona capacità di esprimere potenza negli sforzi brevi.
Durante la stagione sono stati svolti quattro test metabolici:
- 29/11/2023;
- 21/02/2024;
- 14/05/2024;
- 03/09/2024.
L’obiettivo non era ridurre la V’Lamax.
L’obiettivo era migliorare in modo importante la funzionalità aerobica, la tenuta sulle lunghe distanze, la capacità di recuperare tra sforzi ripetuti e l’utilizzo dei substrati, mantenendo il più possibile stabile la componente glicolitica.
I dati mostrano una direzione molto interessante.
Andamento dei principali parametri
V’Lamax
La V’Lamax è rimasta sostanzialmente stabile:
- 0,73 mmol/L/s;
- 0,76 mmol/L/s;
- 0,75 mmol/L/s;
- 0,74 mmol/L/s.
Questo è un dato importante.
Significa che, durante la stagione, l’atleta ha migliorato in modo rilevante diversi parametri aerobici senza perdere la propria caratteristica glicolitica principale.
Per uno sprinter, questo è spesso l’obiettivo più delicato: migliorare la tenuta senza appiattire il profilo.
V’O2max assoluto
Il V’O2max assoluto è aumentato in modo netto:
- 4,20 L/min;
- 4,87 L/min;
- 5,28 L/min;
- 5,45 L/min.
Questo indica un miglioramento importante della capacità aerobica complessiva.
Per uno sprinter, un aumento del V’O2max non serve solo a “fare meglio le salite”.
Serve anche a sostenere meglio gli sforzi ripetuti, recuperare più velocemente e affrontare con minore costo le fasi che precedono lo sprint.

Fatmax
La Fatmax è passata da 172 W a 227 W:
- 172 W;
- 196 W;
- 216 W;
- 227 W.
Questo significa che l’atleta ha progressivamente spostato verso destra la capacità di ossidare grassi.
In pratica, riesce a utilizzare maggiormente i lipidi a potenze più elevate.
Questo può essere molto utile per preservare glicogeno durante la gara e arrivare più pronto nei momenti finali.
MLSS
La MLSS è aumentata da 261 W a 328 W:
- 261 W;
- 294 W;
- 318 W;
- 328 W.
Questo è uno degli adattamenti più rilevanti.
Una MLSS più alta significa che l’atleta riesce a sostenere intensità più elevate senza entrare rapidamente in una condizione di accumulo progressivo di lattato.
Per uno sprinter, questo si traduce in maggiore tenuta nei tratti impegnativi, nelle salite, nei rilanci e nelle fasi di gara a intensità medio-alta.

MFO
La MFO è aumentata da 0,50 a 0,66 g/min:
- 0,50 g/min;
- 0,57 g/min;
- 0,63 g/min;
- 0,66 g/min.
Questo dato conferma il miglioramento della capacità di ossidare grassi.
Non è un dettaglio secondario.
Perché anche se lo sprint finale dipende soprattutto dalla potenza neuromuscolare e glicolitica, il percorso per arrivare allo sprint dipende anche da quanto l’atleta riesce a risparmiare carboidrati nelle fasi meno decisive.
Tolleranza lattacida
La tolleranza lattacida è leggermente aumentata:
- 19,1 mmol/L;
- 21,4 mmol/L;
- 21,4 mmol/L;
- 21,7 mmol/L.
Questo indica che l’atleta non ha solo migliorato la base aerobica, ma ha mantenuto e leggermente migliorato anche la capacità di tollerare elevati livelli di stress metabolico.
Per uno sprinter, questo è molto importante nei minuti che precedono il finale, quando il costo metabolico può essere elevatissimo.
Massima clearance del lattato
La massima clearance del lattato è aumentata:
- 0,37 mmol/L/min;
- 0,43 mmol/L/min;
- 0,49 mmol/L/min;
- 0,52 mmol/L/min.
Questo dato è particolarmente interessante.
Una maggiore clearance significa una migliore capacità di rimuovere e riutilizzare lattato dopo sforzi intensi.
Per uno sprinter, questo può fare la differenza tra riuscire a recuperare dopo un rilancio e arrivare al finale già compromesso.
Consumo di ossigeno e lattato: cosa cambia pre e post
Nel confronto pre e post, le curve del consumo di ossigeno e del lattato si spostano verso destra e verso l’alto.
Questo indica un miglior contributo aerobico a tutte le intensità.
In pratica, l’atleta riesce a sostenere più watt con maggiore partecipazione del sistema ossidativo.
La curva del lattato, invece, mostra una migliore gestione dell’accumulo alle diverse intensità.
Questo non significa eliminare il lattato.
Significa spostare più avanti il punto in cui la produzione inizia a superare in modo marcato la capacità di utilizzo e smaltimento.
Per uno sprinter, questa è una conquista importante.
Perché permette di sostenere meglio le fasi dure della gara senza consumare troppo presto la propria capacità di sprint.

Cinetica del lattato: più clearance e meno accumulo
Anche il profilo della cinetica del lattato è cambiato.
Da un lato, aumenta la clearance alle basse e medie intensità.Dall’altro, si riduce l’accumulo alle intensità elevate.
Questo doppio adattamento è molto interessante.
Una maggiore clearance permette all’atleta di recuperare più velocemente dopo sforzi intensi.
Un minore accumulo alle alte intensità rende più sostenibili i tratti duri e riduce il costo metabolico prima del finale.
Inoltre, la tolleranza lattacida leggermente migliorata suggerisce che l’atleta ha conservato la capacità di gestire elevati livelli di lattato nei momenti decisivi.
Per uno sprinter, questo è il compromesso ideale:
- più capacità aerobica;
- migliore recupero tra sforzi;
- minore accumulo relativo;
- V’Lamax mantenuta;
- tolleranza lattacida preservata;
- potenza glicolitica ancora disponibile.

Utilizzo di carboidrati e grassi: perché conta anche nello sprinter
Nel confronto pre e post, cambia anche l’utilizzo dei substrati.
Alle basse intensità l’atleta utilizza meno carboidrati e più grassi.
Questo è importante per uno sprinter non tanto perché lo sprint finale utilizzi direttamente i grassi, ma perché la gara lunga richiede una gestione delle riserve.
Lo sprint finale dipende soprattutto da fosfocreatina, componente neuromuscolare, glicolisi e capacità di produrre potenza in pochi secondi.
Ma i minuti e le ore precedenti dipendono moltissimo dalla disponibilità di glicogeno e dalla capacità di non consumarlo inutilmente.
Se uno sprinter migliora la capacità di utilizzare grassi a intensità basse e moderate, può arrivare al finale con più risorse glucidiche ancora disponibili.
Questo può essere determinante non solo per lo sprint, ma soprattutto per i frangenti che lo precedono:
- posizionamento;
- rilanci;
- salite brevi;
- inseguimenti;
- treno;
- ultimi chilometri;
- lancio della volata.
La volata non si vince solo negli ultimi 10 secondi.
Si costruisce nei 10 minuti prima.
E spesso anche nelle 3 ore precedenti.

Perché questo case study è interessante
Questo caso mostra che è possibile migliorare in modo importante la parte aerobica di uno sprinter senza necessariamente ridurre la V’Lamax.
Naturalmente non è una magia.
L’atleta era junior e quindi molto responsivo agli stimoli giusti.
Ma il principio rimane importante: se la programmazione è costruita con precisione, si può migliorare la sostenibilità senza cancellare il profilo glicolitico.
Questo richiede però attenzione.
Non basta aumentare il volume. Non basta fare più soglia. Non basta aggiungere sprint. Non basta fare lavori “duri”.
Serve capire quale sistema vogliamo stimolare, quale sistema vogliamo preservare e quali adattamenti vogliamo evitare.

La nostra filosofia: lo sprinter non va normalizzato
Nella nostra filosofia, non cerchiamo di trasformare ogni atleta nello stesso modello fisiologico.
Uno sprinter non deve diventare uno scalatore.Un passista non deve diventare uno sprinter.Un atleta glicolitico non deve essere automaticamente “corretto” verso un profilo più aerobico.
La domanda è sempre:
quale caratteristica serve a quell’atleta per performare meglio nella sua disciplina?
Nel caso dello sprinter, la risposta è chiara: serve migliorare la sostenibilità, ma preservare la capacità di sprint.
Questo significa che ogni scelta di allenamento deve essere valutata in base al suo effetto sul profilo complessivo.
Un lavoro che migliora la soglia ma riduce troppo la V’Lamax può non essere utile.Un lavoro che migliora la resistenza ma lascia l’atleta cronicamente scarico può non essere utile.Un lavoro che aumenta il volume ma peggiora la qualità degli sprint può non essere utile.Un lavoro che sviluppa la componente aerobica senza spegnere il potenziale glicolitico può invece essere decisivo.
Per questo la prescrizione non parte dal protocollo.
Parte dal profilo metabolico.
Conclusioni
Gestire uno sprinter è una delle sfide più delicate nel ciclismo.
Perché lo sprinter deve essere potente, ma non solo.
Deve essere potente dopo una gara lunga.Deve essere potente dopo salite, ventagli, rilanci e tratti tirati.Deve essere potente quando il lattato è alto.Deve essere potente quando il glicogeno è già stato consumato.Deve essere potente quando il sistema neuromuscolare è affaticato.Deve essere potente quando tutti gli altri sono già al limite.
Per questo, allenare uno sprinter non significa solo allenare lo sprint.
Significa costruire tutto ciò che permette allo sprint di essere ancora disponibile nel momento decisivo.
Fatmax, MLSS, MFO, V’O2max, clearance del lattato, tolleranza lattacida e V’Lamax devono essere letti insieme.
Il case study mostra che è possibile migliorare notevolmente la funzionalità aerobica, la tenuta e la capacità di recupero mantenendo stabile la potenza glicolitica.
Questo è il vero obiettivo.
Non rendere lo sprinter meno sprinter.
Ma renderlo capace di arrivare allo sprint con più possibilità di usarlo davvero.
Articolo originariamente pubblicato sul precedente sito FLOW.
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